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Il basket è l’unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre a terra.
(Bill Russell)

Gli atleti più forti del mondo tornano a sfidarsi stanotte nella lega più entusiasmante ed organizzata dell’universo sportivo. Una stagione 2018/19 che parte con un sacco di carne al fuoco e con tante domande sospese che cercano risposte, ma le troveranno solamente a giugno quando la stagione si concluderà con l’incoronazione dei nuovi Campioni. Noi di Sportellate abbiamo selezionato le 10 cose a cui prestare maggiore attenzione di questo nuovo capitolo.


Inutile negarcelo. Quest’anno la principale attrazione di quell’enorme parco giochi chiamato NBA sarà a tinte gialloviola ed è già stata ribattezzata LOL Lakers. L’estate di free agency ha infatti concretizzato un rumour che ormai da tempo ingolosiva i palati degli appassionati: LeBron James ha firmato per i Los Angeles Lakers. La stella più brillante che porta il suo talento nella città delle stelle. La dirigenza Lakers, però, non si è accontentata della firma del Re ed ha portato a termine alcune operazioni di mercato che sono state incredibilmente in grado di aumentare l’hype intorno alla squadra, e non solo per motivi sportivi. Sono infatti arrivati, in ordine sparso, Rajon Rondo – “il playmaker diventato grande con la maglia degli acerrimi rivali Boston Celtics”, Lance Stephenson – “il giocatore con cui LeBron ha litigato più spesso negli ultimi anni”, Michael Beasley – “Mr. Gioco due anni in Cina e torno” e, udite udite, JaVale McGee, uno per cui ogni descrizione tra virgolette sarebbe superflua, ma che arriva ad LA con due anelli al dito e due Shaqtin’ MVP nel palmares. Questo intrigante mix, oltre a confermare quanto il lato “spettacolare” dell’NBA non sia assolutamente da sottovalutare, ha creato un’enorme curiosità intorno alla città degli angeli. La domanda è: dove saranno in grado di arrivare questi Lakers? –  o meglio – Dove LeBron James sarà in grado di portarli? Gran parte della risposta a questa domanda passerà dalle prestazioni dei più giovani, dalla crescita di Brandon Ingram e Kyle Kuzma e dai miglioramenti nella meccanica di tiro di Lonzo Ball (è vero, ci eravamo scordati che in questa gabbia di matti ci sarà pure il padre LaVar). La realtà è che i nuovi acquisti potrebbero funzionare da specchietto per le allodole, catalizzando l’attenzione di pubblico e telecamere, e consentendo una crescita più graduale e meno responsabilizzante a questi giocatori. C’è comunque tanto lavoro da fare per un coach abile come Luke Walton e la sensazione è che la finale di conference, se dovesse arrivare, dovrebbe essere accolta come un gran successo…

Hype alle stelle.

LAS VEGAS, NEVADA – OCTOBER 10 (Photo by Ethan Miller/Getty Images)

Quello tra una squadra di basket ed un’orchestra musicale è, nella letteratura sportiva, uno dei paragoni più calzanti ed efficaci. Non è un caso che da questo paragone sia nata una definizione come quella di “primo violino” per riferirsi al principale riferimento offensivo di ogni squadra. In questi anni, però, una franchigia in particolare è stata in grado di trascendere la metafora, fino ad arrivare quasi alla sovrapposizione. Stiamo parlando dei Golden State Warriors del Maestro Steve Kerr. Tre titoli negli ultimi quattro anni parlano chiaro: gli Warriors sono stati in grado di suonare un meraviglioso spartito illeggibile per tutti gli altri, in cui il direttore d’orchestra è riuscito a far suonare quattro/cinque “primi violini” contemporaneamente alla stessa pagina del registro. Distruggere un equilibrio del genere, in un ambiente del genere, con un pubblico del genere è quasi un delitto estetico, eppure la lega guidata da Adam Silver non ha mai guardato in faccia a nessuno ed il criterio di ciclicità e democrazia che regola l’NBA sta per abbattersi sui Warriors utilizzando la sua arma più potente: il salary cap. Il tetto salariale ed i contratti in scadenza tra un anno di Kevin Durant e Klay Thompson imporranno alcune scelte complesse nella Baia ed il futuro non è mai stato così nebuloso. Nel frattempo, però, ben consci del momento che stanno vivendo, a Golden State si sono felicemente piegati alla filosofia delineata da Lorenzo de’ Medici (quella del “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”) ed hanno aggiunto al roster DeMarcus Cousins, firmato al minimo salariale. Se anche Boogie dovesse recuperare e tornare ai suoi livelli migliori il quintetto titolare gialloblù sarebbe: Curry, Thompson, Durant, Green, Cousins. Potrebbe davvero venire fuori la sinfonia capolavoro.

Non serve necessariamente leggere ogni giorno il “Corriere della Sera” per capire che l’Unione Europea non affronta il momento storico più brillante della sua storia. La borsa scende, lo spread sale, da Bruxelles urlano ma in pochi hanno voglia di ascoltarli. Dallas è una delle città meno europee degli USA, eppure è proprio da lì che potrebbe arrivare una storia sportiva gradita all’Unione Europea, almeno simbolicamente. Quando Luka Doncic è stato chiamato alla numero 3 dagli Atlanta Hawks molti suoi fan sono stati presi dallo sconforto dall’idea di una crescita bloccata in una squadra anonima. La notizia dello scambio concretizzatosi con i Dallas Mavericks, che hanno ceduto agli Hawks Trae Young e una futura prima scelta, ha ripristinato l’ottimismo dei tanti fan europei di Doncic, che in lui riconoscono il potenziale per diventare l’europeo più dominante dai tempi di Dirk Nowitzki. Ed è qui che si chiude il puzzle dell’asse tedesco-sloveno in terra americana: WunderDirk è infatti rimasto nel roster dei Mavericks per un altro anno con il preciso obiettivo di fare da mentore al giovane Luka, insegnandogli tutto, ma proprio tutto ciò che sa, sul come diventare un MVP in NBA. Intorno ai due, il GM Donnie Nelson, su mandato di Mark Cuban, ha costruito una squadra con elementi di spessore e talento come DeAndre Jordan, Harrison Barnes e Wesley Matthews. Tutti insieme si aspetterà che la giovane promessa dal cuore sloveno e dalle mani di velluto si consacri definitivamente prima di puntare ad obiettivi veramente importanti.

Già in preseason Luka ha fatto vedere cose non banali…

Gli Stati Uniti, si sa, sono una terra di contrapposizioni, di dualismi, di rivalità. Democratici vs Republicani, contributori vs evasori, Coca Cola vs Pepsi, McDonald’s vs Burger King, ma soprattutto, in ambito sportivo, Est vs Ovest. L’esigenza di tagliare a metà il paese per motivi logistici e creare così due conference, le ha automaticamente messe in competizione l’una contro l’altra, portando avanti un eterno confronto sulla quantità di talento presente in entrambi. Nelle ultime stagioni il divario in favore della divisione Ovest è aumentato costantemente ed ora, con l’ufficialità del trasferimento di LeBron (non l’ultimo degli stupidi) dalla orrenda e anemica città di Cleveland (Est) alla calda e solare Los Angeles (Ovest) la differenza pare addirittura incolmabile. Una risposta, seppur parziale, riguardo alla possibile superiorità di una conference sull’altra ce la potrebbe fornire l’All Star Game 2019, che quest’anno si disputerà a Charlotte il 17 febbraio. È vero, da anni ormai l’ASG non è molto più che un’esibizione divertente fatta di strette di mano particolari, vestiti discutibili e spot pubblicitari infiniti, ma se la partita delle stelle non dovesse soddisfare le attese ci potrebbero pensare la gara delle schiacciate o quella del tiro da tre punti. Oppure Michael Jordan, che della squadra di Charlotte è il proprietario… PAY ATTENTION TO MJ!

La già citata partenza di LeBron in direzione Los Angeles ha aperto nuove opportunità nella Eastern Conference, dove negli ultimi otto anni la legge è stata “si giocano circa 90 partite e poi la squadra di LeBron arriva alla finale NBA”. Già lo scorso anno i Cavaliers di James arrivarono quarti nella Eastern, salvo poi eliminare uno ad uno gli avversari ed arrivare alla finale con gli Warriors. Davanti a loro durante la regular season tre squadre: Toronto Raptors, Boston Celtics e Philadelphia 76ers. Se non ci saranno sorprese la finalista NBA per la parte est di questa stagione uscirà proprio da queste tre squadre. I Raptors hanno cambiato molto in estate, licenziando il “Coach of the year” Dwyane Casey (direzione Detroit) e promuovendo Nick Nurse, ma soprattutto imbastendo una trade con San Antonio che ha portato in Canada Kawhi Leonard in cambio di DeMar Derozan. Leonard è un’altra delle big stories di questa stagione NBA: dopo una stagione di polemiche con gli Spurs l’MVP delle Finals 2014 ha scelto di cambiare aria e Popovich ha scelto per lui (volente o nolente) quella gelida di Toronto, bisognerà stare attenti alla sua voglia di riscatto. Sul versante Philadelphia il tanto declamato “Process” dopo anni di loading e buffering sembra essere arrivato davvero vicino alla sua conclusione; un anno di esperienza in più per Simmons, Embiid, Fultz e tutti gli altri giovani terribili basterà per sbaragliare la concorrenza? L’impressione è che qualcosina manchi ancora, si vedrà. Il team davvero sulla bocca di tutti, però, sono i Boston Celtics di coach Brad Stevens. L’anno scorso hanno entusiasmato e quasi commosso per applicazione difensiva ed impegno, arrivando a sfiorare le Finals NBA, pur privi di Kyrie Irving e Gordon Hayward. Quest’anno il recupero delle due superstar, che si vanno ad aggiungere a Tatum, Brown, e Horford crea sulla carta un quintetto senza eguali nella Eastern, ma attenzione al nuovo equilibrio che andrà trovato. L’anno scorso i Celtics erano una squadra che doveva buttare il cuore oltre l’ostacolo, quest’anno partono con i favori del pronostico e nuove spaziature da trovare. Qualche rischio c’è.

Finalmente Hayward.

L’inizio di una nuova stagione porta con sé anche gli amori improvvisi. In una lega a 30 squadre, per coloro che non hanno una squadra di cui sono veri e propri tifosi, ogni anno si presentano nuove possibilità di infatuazione. D’altronde non a tutti piace puntare sul cavallo favorito, c’è chi preferisce scommettere sugli underdog e sperare con loro. Se fate parte della seconda categoria ecco tre consigli che fanno al caso vostro: 1) i Memphis Grizzilies: vengono da una stagione disastrosa chiusa con il secondo peggior record della lega, ma hanno recuperato Mike Conley e Marc Gasol (ovvero il 50% della squadra) ed hanno aggiunto durante il draft un talento come Jaren Jackson Jr. Possono stupire; 2) i Milwaukee Bucks: in questo caso il motivo ha un nome ed un cognome non facilmente trascrivibili ma tant’è: Giannis Antetokounmpo. E poi giocano ad Est, dove qualche possibilità di inserimento in più c’è; 3) gli Utah Jazz: già l’anno scorso hanno stupito, quest’anno vanno per la conferma, poche speranze di vederli vincenti o anche solo in finale di conference, ma garanzia di spettacolo, maglie straordinariamente nostalgiche e Donovan Mitchell.

This kid is special. Really special.

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La possibilità di tankare, ovvero di perdere volontariamente le partite con l’obiettivo di ottenere una scelta alta al draft, è una delle cose più affascinanti che può accadere nelle leghe americane. In alcuni punti della stagione la gara a perdere può addirittura rischiare di diventare più interessante di quella per i primi posti. L’anno scorso diverse squadre si presentavano ai nastri di partenza con la chiara intenzione di perderne il maggior numero possibile, mentre quest’anno, per motivi vari, c’è un’unica grande favorita per questo ruolo: gli Atlanta Hawks. Gli Hawks sono infatti l’unica squadra del lotto con la possibilità di “fare schifo” e tenere comunque protetta la propria scelta nel draft 2019, effettuando dunque quello che viene definito intentional tanking. Occhio però a quelle squadre che potrebbero incorrere nel situational tanking, ovvero nella scelta, ad un certo punto della stagione, di perdere le restanti partite dopo essersi resi conto di non poter raggiungere gli obiettivi prefissati. Un esempio di situational potrebbero essere i New York Knicks, che recupereranno il loro giocatore principale, il gigante lettone Kristaps Porzingis, quando potrebbe essere troppo tardi, o dei Portland Trail Blazers che potrebbero decidere di fermarsi per un anno e ricostruire, Damien Lillard permettendo. Ci sono poi anche diverse squadre che si presentano ai nastri di partenza  con roster molto attrezzati sulla carta, ma che potrebbero finire molto più in basso di quanto prospettato. Il pericolo “buccia di banana” riguarda da vicino Timberwolves (che devono anche risolvere la questione Butler), Miami Heat e Detroit Pistons. Discorso a parte invece  per gli Oklahoma City Thunder, che sono riusciti a trattenere Paul George e si presentano con la consapevolezza dell’ultima possibilità. Se i Thunder hanno qualcosa da dire lo facciano ora o tacciano per sempre.

Immaginate la situazione: avete terminato a fatica l’ultima fetta di pandoro (o panettone) con la cremina della nonna, sono due giorni che non sentite parlare di altro, se non dei gossip del vostro quartiere, siete stati eliminati subito dalla partita di scala 40 perché la nonna non vi ha scartato quella carta decisiva per aprire e magari nel pacco sotto l’albero avete trovato il solito pigiamino di flanella. Ecco perché l’NBA Xmas Day vi può salvare le vacanze natalizie e la vita. È vero che quest’anno ci sarà anche la Serie A a Santo Stefano a proteggerci dalle domande invadenti della zia, ma per la sera di Natale premuratevi di ambientare il cenone in un posto dotato di tv. Rockets-Thunder alle 21, Celtics-Sixers alle 23.30, Warriors-Lakers alle 2 di notte e passa la paura.

Tanta attesa anche quest’anno intorno ai nomi usciti dal Draft 2018. La classe dell’anno scorso ha stupito tutti con prodotti come Donovan Mitchell, Lonzo Ball, Jayson Tatum e Lauri Markkanen, anche se il premio di Rookie dell’anno è andato al fenomeno australiano Ben Simmons scelto con la numero 1 nel 2016. I giovani spesso possono cambiare le sorti di un’intera franchigia, per questo, mentre sotto sotto piangiamo per il sopracciglio di Anthony Davis, attorno a cui nemmeno quest’anno è stata costruita una squadra all’altezza del suo talento, andiamo a vedere quali sono le matricole che potrebbero stupire. Di Doncic abbiamo già parlato precedentemente, ma il giocatore che ha mosso maggiormente l’interesse della stampa, fino a guadagnarsi la chiamata numero 1, è DeAndre Ayton, centro originario delle Bahamas. Per lui parlano i suoi dati fisici: 216 cm x 118 kg di atletismo puro. Attenzione a ciò che sarà in grado di fare a Phoenix, dove in panchina è arrivato un intenditore come Kokoskov, primo europeo ad arrivare al ruolo di head coach NBA. Dietro Ayton tanti altri nomi interessanti come Bagley (n.2-Kings) e Jaren Jackson (n.4-Grizzlies). Il miglior realizzatore del lotto dovrebbe essere Trae Young che avrà una grande opportunità di mettersi in mostra nella disastrata Atlanta. Occhi puntati anche su Kevin Knox, chiamato alla 9 dai Knicks ed entrato nella lega con il pesante appellativo di “nuovo Kevin Durant”. Chi vincerà il Rookie of the year? E quale sarà la “steal” del Draft?

Sexton e Ayton i due favoriti secondo gli stessi rookie.

Sono rimasti in due. Danilo Gallinari e Marco Belinelli. I giocatori italiani d’oltreoceano stanno per andare incontro ad una stagione decisiva per le proprie carriere. Il Gallo è rimasto a Los Angeles sponda Clippers, ben conscio che al suo fianco non troverà più né Blake Griffin né DeAndre Jordan. Si è però messo a posto fisicamente (sembrerebbe) una volta per tutte ed ha giocato una pre-season interessante dal punto di vista agonistico. I suoi Clippers sono un mix tanto strano quanto i cugini con cui condividono l’arena: c’è il “freak” Boban Marjanovic, il genio cestistico di Milos Teodosic, l’incompiuto Tobias Harris e l’anarchico Lou Williams. Gallinari, con tutta probabilità, sarà il go to guy di una squadra che proverà a strappare una posizione ai playoff. Il Beli, dal canto suo, ha scelto di tornare nell’unico posto in cui si sia mai sentito a casa in America: San Antonio. Quando ha varcato le porte del centro sportivo che gli ha regalato un anello gli sarà presa maluccio vedendo gli armadietti vuoti di Ginobili e Parker, ma gli Spurs hanno portato a casa DeMar DeRozan e proveranno a dire la loro nei playoff, peccato per l’infortunio prematuro di Dejounte Murray, che sembrava essere la nuova speranza di coach Popovich. L’unica possibilità di portare a casa un titolo un pochino marchiato con il tricolore, in ogni caso, sarà affidata a Mike D’Antoni, allenatore degli Houston Rockets. James Harden, Chris Paul, Clint Capela e l’innesto di Carmelo Anthony regalano al coach con passaporto italiano buone possibilità di andare a giocarsela faccia a faccia con i Warriors. Per vedere chi ce la farà non ci resta che metterci comodi, aspettare e gustarci questa nuova stagione di NBA.


Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.